Dichiarazioni del regista
Lo scopo è stato fare un ritratto disincantato dei ragazzi di questa storica strada, sentire le loro opinioni e le loro esperienze, ma anche quelle di chi li ha preceduti ed è ancora lì: cos'è cambiato? Sensibilizzare? No, troppo presuntuoso! Piuttosto far parlare, far vedere, anzi osservare. Una delle frasi emblematiche della condizione di Whisky è: "Non mi rendevo conto di ciò che mi accadeva, mi piaceva sentirmi grande, sentirmi bossolotto, poi ad un tratto vidi quell'occhio che mi guardava fisso, no, non era Dio, era il mio acido. La pancia quel giorno era più gonfia del normale, sembravo quasi una mongolfiera, solo che invece di fare il giro del mondo in ottanta giorni, mi ritrovavo in via Nikolajevka, solo, in mezzo ai miei amici che mi ripetevano "non è niente Whisky, non è niente".
Il film è composto da una fiction che ripercorre i giorni di Whisky dall'incontro in ospedale con gli amici ignari di tutto, colpevoli-non colpevoli, pieni di altre storie da raccontare, le loro vite, il loro punto di vista, le ansie, i sogni e la vita di zona, come è e come era. Interviste che si sovrappongono al racconto per ricostruire la storia di una via e dei suoi personaggi negli ultimi vent'anni, il tutto a partire dalla fine della vicenda di uno dei tanti, per privilegiare la dimensione della memoria e della riflessione.
Le atmosfere a cui mi sono ispirato sono simili a quelle dei documentari inglesi degli anni '50 - '60: la delicatezza, la sottile ironia, la crudezza con la quale vengono trattate, fotografate ed inquadrate, problematiche come l'alcolismo, la disoccupazione, il randagismo e lo sbeffeggiamento nei confronti di chi ingrigisce la vita vera, oltremodo popolata da amori difficili, sbornie e risse.
Credo che per far riflettere e divertire ci voglia un rapporto molto confidenziale con chi dà forma alla storia, mettendosi in gioco, esponendo le proprie ansie, esperienze e delicatezze. La spinta è quella di acquistare la capacità di affrontare argomenti toccanti senza essere prolissi, affidandosi agli uomini ed alle donne che parlano in prima persona e sanno meglio di chiunque altro che cosa sia la loro vita.
E' questo il tipo di cinema al quale aspiro, lontano dallo show business e vicino all'afflato vita-immagine-vita-movimento.
Ho sempre fatto fiction, con questo lavoro esordisco nella docu-fiction, anche se ho sempre considerato le mie storie come autobiografie di chi le interpretava, e quindi con un sapore documentaristico; il mio sforzo è stato,nel rispetto del piano di lavorazione, di abbandonare il più possibile la sceneggiatura, in linea con Adriano Aprà: "Il cinema ha compiuto 100 anni, è diventato adulto, deve liberarsi da mamma letteratura" - Pesaro'96.
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