milano violenta
Non è un corto che omaggia un cinema di genere del passato ambientato a Milano, non è un poliziesco. E' piuttosto un girotondo onirico di volti, paure e sapori notturni in un interno. Un bar. Luogo di scambi, di accumuli, di tensione, di rimproveri e di riparo. Di ripetizioni ossessive per chi scappa velocemente. Per di più un bar notturno. Il protagonista è un uomo che la vita ha reso goffo e impaurito. Che lascia un'attività che lo ha annientato per aprirne un'altra più facile da gestire, più piccola. Ma le ansie prendono il sopravvento. Siamo nella prima notte di lavoro, l'uomo è solo con i propri ricordi e una grande ansia di far bene, apre la porta a vetri del bar con un sospiro. Qualcuno guarda passando, ma nessuno entra. Arriva il primo e uscirà per ultimo senza aver consumato nulla, uccidendo ferocemente il proprietario con un colpo di pistola. Ma torniamo a noi. L'uomo entra e si siede per non parlare più. Ha la faccia già vista, ed è motivo di mille ansie da trattenere, flash-back alla ricerca di un particolare, flash-back che ricostruiscono un passato da perdente. Arriva un secondo cliente, poi un terzo, si alternano, entrano ed escono, si riparano da un qualcosa che è la fuori e che sembra terribile. Lasciano paure quotidiane, racconti di mala e di sangue, odori insopportabili e tic. Dopo mille atrocità arriva l'alba e si chiude finalmente. Stremati, incattiviti, vittime. Ma il cliente è ancora lì immobile, intento a contemplare un'agendina. Il barista non ha il coraggio di disturbarlo, di aprire un rimosso che sa di terribile. "Mi scusi signore devo chiudere!". La vetrata si riempe di facce che vogliono entrare. L'uomo estrae la pistola e spara. Si dirige verso la vetrina deserta, si volta verso il cadavere, torna indietro, apre la cassa, ruba i soldi e va via. Il barista agonizzante gli chiede chi diavolo sia, non otterrà nessuna risposta.



