la critica
Corriere della Sera - 07 Gennaio 2004 di Alberto Pezzotta
<<Ciak, si gira alla Ghisolfa Avventure di una troupe Federico Rizzo, 28 anni e budget all'osso: "Com'è difficile fare cinema lontano da Roma.">>
Un gelido scantinato alla Ghisolfa. È l'abitazione di Agostino, il protagonista di «Lievi crepe sul muro di cinta», il nuovo lungometraggio di Federico Rizzo. È difficile fare cinema lontano da Roma, senza finanziamenti statali. E i film che si girano a Milano sono davvero pochi, anche rispetto alla vicina Torino. Più volte apprezzato nei festival, Rizzo è produttore di se stesso. Il budget è piccolo ma consente di avere attori e tecnici tutti professionisti. Paolo Pierobon, che sul grande schermo è stato diretto da Piergiorgio Gay e Giuseppe Piccioni, è al centro della scena, immobilizzato a letto, un po' come in «Finale di partita» di Beckett, che ha appena recitato a teatro. Agostino è un poeta, e il film, racconta il regista, «è la storia di una persona che non riesce a comunicare con gli altri, perché la poesia si oppone alla volgarità del linguaggio comune, fa saltare il muro della comune chiacchiera quotidiana». Agostino non trova editori, viene lasciato dalla moglie, vaga per Milano in cerca di lavoro, «e a furia di non fare compromessi, finisce naturalmente con l'autodistruggersi». Il finale, sulla sceneggiatura, è scioccante. «Ma non c'è vittimismo. Si spera che crescano le lievi crepe sul muro del sistema». Venerdì 2 gennaio è stato il primo giorno di lavorazione. Una delle attrici, Rosanna D'Andrea, ha preso il treno da Genova. Karina Arutiniuan, uzbeca, da tre anni in Italia, arriverà da Roma. La lavorazione durerà quindici giorni, concentrati nei fine settimana per evitare sovrapposizioni con gli altri impegni degli attori e dei tecnici. Rizzo segue le riprese nel monitor: è al dodicesimo ciak. Gli attori hanno già fatto due giorni di prove, e devono memorizzare dialoghi impegnativi. Il direttore della fotografia Andrea Treccani usa una macchina da presa di nuova generazione. Con il digitale non c'è timore di sprecare la pellicola ma, come dice Pierobon, «quasi sei obbligato ad avere più idee. In pellicola sembri sempre più bravo, solo per la diversa grana delle immagini». Rizzo ha girato la stessa scena da sei punti di vista: si prevede un grosso lavoro di montaggio. «Mi serviranno almeno tre mesi. È il momento più creativo». Abituato all'improvvisazione, Rizzo gira questa volta con una sceneggiatura di ferro. L'autore è suo padre Giuseppe Claudio (la madre Antonia Pigna ha dipinto i quadri appesi nella stanza di Agostino). «Per me seguire una struttura fissa è qualcosa di nuovo. Vorrei che lo fosse anche rispetto a ciò che vedo di solito. Quasi tutti i film italiani sembrano l'illustrazione meccanica di un copione. Tra i registi giovani mi piacciono quelli che non dànno questa impressione, come Matteo Garrone e Vincenzo Marra». Ogni componente della troupe ha più ruoli. La direttrice di produzione Francesca Milano è anche costumista, truccatrice e trovarobe. Una scena richiede che Agostino venga bersagliato con monete gettate da un balcone: a un fabbro sono stati commissionati dei pratici tondini di metallo. Lunedì una cooperativa di Cislago è diventata un autogrill. I gestori sono stati lieti di fare le comparse, gratuitamente: quando il budget è all'osso, sono dettagli che contano. Ieri il set si è spostato in Stazione Centrale. Sono state concesse due ore per le riprese in un vagone fermo; poi tutti sul Milano-Pavia, con regolare biglietto, ma solo per registrare il sonoro. Questione di burocrazia e di permessi. Le grandi produzioni, invece, si possono permettere di affittare un convoglio intero.
IL REGISTA
Da ragazzo già filmava la sua realtà. Ventotto anni, un numero pauroso di film alle spalle, il regista Federico Rizzo è stato applaudito più volte al festival milanese «Filmmaker». «Whisky, di via Nikolajevka» (sui giovani di Baggio), «I pesi di Pippo» (sui body-builders) e «Passe-partout per l'inferno» (sui naziskin) e «Sguardo da uomo» (un ritratto di tre giovani donne ispirato al cinema di Mike Leigh, appena finito) sono quattro capitoli di un «Decalogo delle giovani vittime». Girati con budget zero, mostrano una vitalità rara. Federico Rizzo fa film da quando aveva quattordici anni e si è diplomato alla Scuola di cinema del Comune. Non ha paura di essere sgradevole, è estraneo al giovanilismo televisivo dei ribelli che alla fine si redimono; ma non per questo cade nelle mode del pulp e del trash. Nei suoi film parte dalla documentazione di realtà che conosce bene, lavora sull'improvvisazione, e arriva alla narrazione del cinema di genere. Quella che manca al cinema italiano di oggi.







